L’Assemblea Nazionale l’ha approvata. Il Senato l’ha riscritta. Bruxelles dovrà dire la sua. Il governo vuole che entri in vigore con l’inizio del nuovo anno scolastico. La legge sul divieto dei social media ai minori di 15 anni è una corsa contro il tempo.
A dicembre l’Australia è stato il primo paese a vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. La Francia ha deciso di accelerare dopo il Rapporto Mondiale sulla Felicità delle Nazioni Unite che ha registrato un crollo tra gli under 25 legato all’utilizzo dei social. Il percorso legislativo è più complesso del previsto perché la proposta dell’Assemblea Nazionale, modificata a fine marzo dal Senato, potrebbe essere bocciata dalla Commissione Europea.
Meta e Google: piattaforme sotto processo
A marzo Meta e Google-Alphabet sono state oggetto di due sentenze storiche.
La prima è del 25 marzo e arriva da Santa Fe, dove una giuria ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari. Il procuratore generale del New Mexico, Raul Torrez, ha accusato le app del gruppo di Mark Zuckerberg di «essere tra le preferite» di chi scambia materiale pedopornografico e contatta minori per richiedere favori sessuali. La sentenza stabilisce che Meta abbia violato la normativa sulla tutela dei consumatori, non segnalando adeguatamente i rischi per i minorenni, privilegiando i profitti rispetto alla sicurezza.
Registrazione di Mark Zuckerberg, trasmessa il 04 marzo 2026 durante la causa civile contro Meta, accusata di aver messo in pericolo dei minorenni a Santa Fe, New Mexico, JIM WEBER/AP – Fonte Le Monde
Il giorno dopo, a Los Angeles, una corte civile ha obbligato Instagram e YouTube a corrispondere 6 milioni di dollari a Kaley G. M.: le piattaforme avrebbero causato danni alla salute mentale dell’adolescente californiana. La giuria ha accusato i due colossi di «negligenza» nella progettazione dei loro prodotti e negli avvertimenti rivolti ai minori.
Per l’avvocato Laure Boutron-Marmion intervistata da Libération, le sentenze indicano un cambiamento radicale nell’approccio ai social: non ci si focalizza più sul contenuto pubblicato dagli utenti, ma sul modo in cui le piattaforme sono programmate e gestite. Sotto attacco è «il prodotto non il contenuto» e questo potrebbe cambiare il giudizio legale sui colossi tecnologici.
Australia: modello e monito
Il primo paese a prendere posizione è stata l’Australia che dal 10 dicembre 2025 ha vietato l’accesso a social agli under 16. Le piattaforme coinvolte sono Snapchat, Instagram, TikTok, Facebook, Threads, X, YouTube, Reddit, Kick e Twitch, a cui è demandata la verifica dell’età. Dopo tre mesi, i risultati sono contrastanti: alcune famiglie sono soddisfatte, altre per nulla. Il problema è la facilità con cui i ragazzi riescono ad aggirare i controlli, falsificando l’età, ingannando le webcam con il trucco, utilizzando documenti presi in prestito e VPN.
In Australia il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni è in vigore dal 10 dicembre 2025 – fonte Le Parisien
L’Europa, intanto, si muove in ordine sparso: la Spagna chiede controlli stringenti alle piattaforme; il Portogallo lega il divieto sotto i 16 anni al consenso dei genitori; Grecia e Austria annunciano limiti d’età senza specificare le modalità.
Francia in prima linea
È in questo scenario che la Francia ha deciso di accelerare. Le motivazioni nascono dai dati. Il Rapporto Mondiale sulla Felicità delle Nazioni Unite colloca la Francia al 35° posto della classifica e collega il declino all’uso dei social, responsabili di un calo drammatico del benessere tra gli under 25, in particolare tra le ragazze. L’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Sanitaria (ANSES) lo conferma, registrando l’aumemto di fenomeni come la mancanza di sonno, l’alterazione delle capacità intellettuali, la dipendenza, il cyberbullismo, l’isolamento. I più colpiti sono i giovani tra i 7 e 19 anni, che trascorrono in media dalle 3 alle 5 ore al giorno davanti agli schermi.
Il cuore dell’iniziativa — la legge sulla «maggioranza digitale» a 15 anni — è ancora in fase di definizione. L’Assemblea Nazionale ha votato a fine gennaio per un blocco ampio e incondizionato per tutti i minori di 15 anni. Il 31 marzo il Senato ha approvato una versione a due livelli: le piattaforme «dannose» per lo sviluppo fisico e mentale, come TikTok, Instagram, Snapchat, sarebbero vietate con verifica dell’età obbligatoria; le altre accessibili previo consenso esplicito dei genitori, che ne fisserebbero limiti di tempo e natura dei contenuti. Il problema è che il testo del Senato rischia di essere incompatibile con il Digital Services Act europeo: creare una lista nazionale di piattaforme «pericolose», spiega la deputata Laure Miller, «non esiste nel diritto europeo». Il Ministro per l’IA Anne Le Hénanff è ancora più diretta: «un elenco di social media nazionali è assolutamente anticonvenzionale». Il timore è che il testo del Senato, ora al vaglio della Commissione Europea, venga respinto e l’entrata in vigore prevista per settembre a rischio.
Martedì 31 marzo il Senato ha approvato il divieto dei social network per i minori di 15 anni modificando il testo dell’Assemblea, THOMAS SAMSON/AFP – fonte Le Monde
Ragazzi consapevoli, non convinti
Oltre al governo, anche i diretti interessati hanno preso posizione sul divieto dei social media: la loro voce è forse quella che merita più attenzione.
In un sondaggio Odoxa del 2025 su oltre mille studenti, il 67% si è detto favorevole al divieto per i minori di 15 anni e all’esclusione delle piattaforme che rendono ansiosi.
Secondo l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Sanitaria il calo del benessere tra gli under 25 interessa soprattutto le ragazze, Robin Utrecht ANP.AFP – fonte Libération
Libération, con la serie «La mia vita senza social», e Le Monde hanno raccolto diverse testimonianze al riguardo: Marguerite, 15 anni, racconta di ore trascorse su TikTok senza rendersene conto, sentendosi «un’idiota per essere controllata da un algoritmo»; Pierre, 14 anni, ammette la sua dipendenza senza problemi: «Mi stanca, ma non riesco a fermarmi.»
Sapere non significa però accettare. Tra gennaio e febbraio proprio Le Monde ha intervistato alcuni studenti delle scuole medie dell’Île-de-France tutti insofferenti di fronte a questo disegno di legge, che li priverebbe del miglior mezzo di comunicazione a disposizione e li riporterebbe all’età preistorica.
Vietare non basterà
Nel dibattito, insieme alla classe politica e agli adolescenti, è scesa in campo anche la comunità scientifica; le opinioni sono però contrastanti. Michel Desmurget, direttore della Centro di Ricerca in Neuroscienze presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, non ha dubbi: «Se i social media mantengono questi comportamenti, devono essere vietati ai minori». Anne Cordier, docente di Scienze dell’Informazione e della Comunicazione dell’Università di Lorena, invece ritiene la proposta di legge semplicistica perché priva di «dati scientifici seri che dimostrino che una divisione per età sia una soluzione efficace».
Su un punto sono tutti concordi: la legge da sola non è sufficiente. Come precisa ANSES, nel suo rapporto di 522 pagine, serve un progetto di educazione digitale che rafforzarzi l’alfabetizzazione mediatica nelle scuole e sostenga i genitori con parametri chiari.
Proposte come quella di Pierre Tchounikine, professore di informatica, raccontata da Le Monde, puntano a creare reti sociali alternative studiate ad hoc, con spazi digitali, registrazione controllata, moderazione dei contenuti, limiti di tempo e disconnessione automatica.
Olivier Rogeaux e gli studenti della scuola media di Champeix (Puy-de-Dôme), LP/Geneviève Colonna d’Istria – Fonte Le Parisien
C’è un caso virtuoso che ha attirato l’attenzione di tutta la Francia: quello del collegio Antoine-Grimoald-Monnet di Champeix, Puy-de-Dôme. Dopo due gravi episodi a dicembre 2024 — una minaccia di morte e l’invio di immagini esplicite da parte di uno sconosciuto — il consulente per l’educazione (CPE) Olivier Rogeaux ha chiesto agli studenti di eliminare TikTok, Snapchat e Instagram dai cellulari. In pochi mesi la percentuale di utilizzo dei social è scesa dal 47% al 4%, il tempo trascorso al telefono è diminuito, le relazioni sono migliorate, gli scambi tra alunni, insegnanti e genitori aumentati. YouTube e Roblox — 150 milioni di utenti al giorno, metà dei quali under 13 — hanno occupato parte dello spazio lasciato libero, ma l’esperimento resiste. «Ricevo chiamate da CPE, presidi e genitori da tutta la Francia. Mi chiedono la ricetta magica. Ma non ce n’è», dice Rogeaux. «È una battaglia quotidiana, molto dispendiosa in termini di tempo. Ma dobbiamo parlare con i nostri giovani per renderli responsabili.»

