Un giugno con 40 gradi: in Francia scuole chiuse, treni cancellati, aziende ferme e migliaia di morti. Nelle campagne una strage silenziosa: quella degli allevamenti
I meteorologi avevano avvertito che l’ondata di calore di fine maggio non sarebbe stata eccezionale. E infatti a distanza di un mese la Francia ha vissuto una settimana infernale: 61 dipartimenti in allerta rossa, 1.000 morti in più rispetto alla media del periodo, scuole chiuse, treni cancellati, produzioni ferme per eccessivo consumo d’acqua, alcol vietato in strada nei weekend. Il Paese è risultato più caldo del 99% del resto del pianeta, con temperature oltre i 40 gradi e notti tropicali persino in Bretagna. L’OMS ha definito quest’ondata di calore un’emergenza sanitaria e indetto una riunione straordinaria per il 6 luglio.
La variazione climatica della Francia secondo Meteo Paris
Nessuna specie sopporta un’ondata di calore precoce
L’anomalia termica ha colpito anche una popolazione meno visibile e meno raccontata, quella animale, per cui è quasi impossibile adattarsi a ondate di calore precoci.
Gli uccelli sono la specie più esposta: privi di ghiandole sudoripare, si raffreddano attraverso le vie respiratorie e hanno bisogno di molta più acqua. I loro piccoli, ancora incapaci di volare, muoiono soffocati dal caldo o cadendo dai nidi in cerca di aria fresca.
I roditori e i piccoli mammiferi si disidratano più velocemente degli animali di grossa taglia; volpi e lupi rischiano ustioni alle zampe.
I pesci, che si ritrovano in acque meno ossigenate mentre il loro fabbisogno fisiologico aumenta, muoiono in massa.
A pagare il prezzo più alto sono gli animali da allevamento, soprattutto se intensivi: mentre la fauna selvatica cerca ombra, si sposta e modifica i propri ritmi, chi vive negli allevamenti è confinato in spazi ristretti, non può cercare refrigerio né accedere liberamente all’acqua.
Polli soffocati dal caldo
Ammassati a migliaia in capannoni chiusi, i polli sono gli animali più vulnerabili degli allevamenti intensivi.
Non potendo sudare, disperdono il calore con la respirazione; sopra i 30°C il loro battito cardiaco accelera e se la temperatura sale ulteriormente muoiono in poche ore. In una fattoria standard con 30.000 polli adulti, la quantità di calore prodotta equivale a quella di 450 riscaldatori da un chilowatt. Ad aggravare la situazione l’abitudine di raggrupparsi nelle ore più calde, che comporta ulteriore surriscaldamento, iperventilazione e morte per shock termico. Nemmeno gli allevamenti all’aperto offrono benefici: quando il sole è troppo forte gli animali si ammassano comunque negli edifici.
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È così che nell’ultima settimana gli allevamenti di Loira e Bretagna sono stati letteralmente decimati: 8.800 morti in una sola notte in una fattoria a Beauvoir-sur-Mer (Vandea); 10.000 pulcini negli allevamenti in Côtes-d’Armor. Secondo Jacky Bonnemains, cofondatore dell’associazione ambientalista Robin des Bois, nei soli dipartimenti bretoni sono morte più di un milione di galline.
Come affrontano le ondate di calore mucche e vitelli
Rispetto agli animali da cortile, le mucche hanno una soglia di tolleranza ancor più bassa. La loro temperatura ideale è tra 0 e 20°C: possono sopportare i 32°C, ma non oltre.
Sottoposte a stress termico riducono del 30% il tempo trascorso sdraiate, restano in piedi più a lungo – aumentando il rischio di coaguli di sangue sotto gli zoccoli –, respirano in modo affannoso, hanno spasmi allo stomaco.
«Si comportano esattamente come gli umani», spiega Bernard Denis, veterinario rurale da quarant’anni: evitano gli sforzi, mangiano pochissimo — fino al 35% in meno — e bevono molto — 150 litri al giorno —. L’acqua serve solo per raffreddarsi, non per metabolizzare i nutrimenti, tantomeno per produrre latte.
I vitelli sono ancora più delicati: soffrono già a 20-22°C e non sanno reggere le ondate di calore precoci. Il loro appetito diminuisce, il metabolismo rallenta, il consumo di acqua aumenta a discapito degli alimenti solidi, lo stato di salute si altera, la crescita rallenta. Le alte temperature favoriscono la proliferazione batterica nei secchi, nelle attrezzature per l’allattamento, sulle mammelle, mettendo in pericolo i nuovi nati.
Nessun dato ufficiale
I dati sulla mortalità non sono stati ancora presentati, ma il tasso sarà elevato. Lo confermano le società di rendering responsabili della raccolta e dell’incenerimento delle carcasse, che in un solo giorno ne hanno raccolte 500 tonnellate in Normandia — contro le 22 del 2025 — e 1.500 nel Pays de la Loire. La situazione ha richiesto una misura eccezionale, applicata solo nel 2003: l’autorizzazione alla sepoltura delle carcasse in fosse coperte di calce viva nei centri di stoccaggio destinati ai rifiuti domestici, commerciali e industriali, per evitare che restino confinati nelle fattorie per giorni, con rischio di proliferazione batterica e contagi per il bestiame sopravvissuto.
Sul piano economico si prevede un calo di produzione di latte del 25-30%, 9-10 litri per capo al giorno, una perdita di 630 euro a settimana ogni 60 mucche. La qualità del latte sarà scadente, complicando la trasformazione casearia. Le uova, pagate a peso, saranno più chiare, con bianco traslucido e renderanno fino al 15% in meno. La capacità riproduttiva di tutte le specie allevate sarà compromessa: aumenteranno aborti e parti precoci, saranno fecondate meno uova, si verificheranno alterazioni genetiche sui feti.
Su scala nazionale i numeri sono ancora più opachi: secondo uno studio dell’Università di Mannheim in collaborazione con la Banca Centrale Europea, i picchi di calore del 2025 sono costati alla Francia 10,1 miliardi di euro — una stima che non include gli impatti combinati di caldo, siccità e incendi, le ripercussioni sulle catene di approvvigionamento, la mortalità umana, i costi sanitari e il moltiplicarsi di eventi simili.
Adattarsi a un clima ostile
In assenza di un piano di intervento nazionale, sono stati gli allevatori a tamponare la situazione, riducendo la densità degli animali negli edifici, ottimizzando la ventilazione, distribuendo il mangime nelle ore meno calde, fornendo acqua fresca e in quantità, mungendo i capi singolarmente, di notte, in ambienti rinfrescati e al buio.
Il problema di fondo restano però gli edifici, progettati 20-30 anni fa per proteggere gli animali dal freddo, non dal caldo. Gli investimenti non sono più rimandabili, ma sostenerli è complicato. Il costo di un sistema automatizzato di persiane con stazione meteorologica per un allevamento di 100 bovini è di 1,5 milioni di euro; quello di un ventilatore a nebbia, in grado di abbassare la temperatura di un pollaio di 5°C, è di 20.000 euro. Clément Moy, allevatore del Morbihan, ne possiede già uno: non ha registrato nessun decesso nell’ultima settimana, ma sa che la sua fattoria «non sarà più adatta» quando i 45°C diventeranno la norma.
Le soluzioni zootecniche sono le più complesse, ma nel lungo periodo si riveleranno le uniche davvero efficaci: selezione genetica di razze più resistenti al calore, modifica del periodo dei parti, riduzione della densità degli animali negli allevamenti, studio di nuovi alimenti. Non esiste una ricetta unica, come spiega Iñaki García de Cortázar-Atauri dell’istituto di ricerca INRAE: l’adattamento va costruito «per territorio, per settore, per tipo di fattoria»; e sarà comunque necessario chiedersi se sia ancora possibile allevare certi capi in certe regioni.
Anche i cittadini posso contribuire a migliorare le condizioni degli animali: installare un abbeveratoio in giardino o sul balcone dove gli uccelli possano bere e rinfrescarsi, è un gesto semplice ed efficace. Per gli insetti è sufficiente un vaso in terracotta con acqua e pietre che permetta di abbeverarsi senza annegare. I più intraprendenti possono scavare buche, rivestirle di plastica, riempirle d’acqua e allestirle con pietre, rami e foglie, offrendo un punto di ristoro anche ad anfibi, rettili e piccoli mammiferi.

