Caro carburante, potere d’acquisto in calo, appelli sui social. Il 17 ottobre i Gilets jaunes chiedono ai francesi di scendere in piazza
I Gilets jaunes torneranno in piazza sabato 17 ottobre con una mobilitazione che vuole coinvolgere tutta la Francia. Il motivo è ancora una volta il prezzo del carburante: fino a 2,59 euro al litro per il diesel e 2,46 euro per la benzina. L’aumento è legato al conflitto in Medio Oriente e al blocco degli stretti di Hormuz e Bab-el-Mandeb. Per ora nessun partito politico rivendica l’appello. La data – sabato 17 ottobre – coincide con l’inizio delle vacanze scolastiche di Ognissanti, ma non solo.
Perché quel gilet giallo proprio nell’autunno del 2018
Il 17 ottobre rimanda a un momento preciso dell’autunno 2018.
A settembre 2017 il governo Macron introduce una tassa sul carbonio per disincentivare l’utilizzo di combustibili fossili, applicata anche ai carburanti. L’anno successivo un ulteriore rincaro si somma all’aumento del petrolio: il diesel aumenta di 30 centesi, la benzina di 15. Ne fa le spese chi vive nelle campagne, chi possiede veicoli diesel – i più diffusi tra i francesi -, chi usa l’auto ogni giorno e non può permettersi un’altra vettura o contare sui mezzi pubblici.
A dare l’allarme è Priscillia Ludosky, 33 anni di Savigny-le-Temple: la sua petizione online raccoglie oltre 1 milione di firme in pochi mesi. A dare colore al movimento Ghislain Coutard, 36 anni meccanico, che con un appello su Facebook invita tutti a esporre il giubbotto di sicurezza sul cruscotto dell’auto.
La rabbia esplode il 14 novembre quando il Governo conferma la manovra – che giustifica con la volontà di allineare la tassazione del diesel a quella della benzina – e annuncia l’aumento dei bonus per la rottamazione dei veicoli inquinanti e del numero di beneficiari dell’assegno energia.
Sabato 17 novembre 2018 più di 280.000 persone bloccano strade, piazze, rotatorie in tutta la Francia. Le manifestazioni proseguono ogni sabato e si trasformano in denuncia delle disuguaglianze sociali.
Dopo settimane di scontri – 2.500 manifestati e 2.000 poliziotti feriti in un anno – Macron dichiara lo stato di emergenza economica e sociale. Il 10 dicembre cancella l’aumento della tassa sul carbonio, la convergenza della tassazione tra diesel e benzina, le nuove regole sulle ispezioni tecniche dei veicoli; e annuncia l’esenzione fiscale e contributiva sugli straordinari, l’aumento di 100 euro al mese per i lavoratori con salario minimo, l’esenzione fiscale sul premio di fine anno versato dai datori di lavoro.
Siamo ancora fermi al 2018
Otto anni dopo tutto riparte ancora dai social network: Facebook, Instagram, TikTok.
Dietro la richiesta di mobilitazione c’è sempre il prezzo del carburante: 2,46 euro per un litro di benzina; 2,59 per il diesel; 43 e 68 centesimi in più rispetto all’anno prima; cifre che secondo il Ministro dell’Economia Roland Lescure saliranno ancora entro la fine del mese. L’aumento è legato al conflitto in Medio Oriente e al blocco degli stretti di Hormuz e Bab-el-Mandeb, con il greggio tornato sopra i 100 dollari al barile.
Il rincaro è l’ennesima prova della crisi del potere d’acquisto: se ne è accorto il 67% dei francesi, mentre il 27% fatica ad arrivare a fine mese e il 33% ha il conto in rosso più volte l’anno. Tra di loro il 60% è favorevole al ritorno dei Gilets jaunes, sostiene il movimento o ne fa parte: la stessa percentuale del 2018.
La manifestazione del 17 ottobre vuole mobilitare dipendenti, pensionati, agricoltori, artigiani, giovani con lo stesso metodo del 2018: occupare piazze, bloccare strade, programmare azioni settimanali.
La classe politica comprende ma non si espone
Il tam-tam mediatico non preoccupa particolarmente il Governo, che resta comunque vigile. Il motivo sentimenti: diversi. Nel 2018 la rabbia veniva da lontano, alimentata dalla tassa sul carbonio voluta da Macron; oggi i cittadini sanno che l’aumento del carburante è legato al contesto geopolitico e che la situazione finanziaria dello Stato non permette aiuti generalizzati.
L’intelligence vuole comunque evitare disordini e monitora i canale Telegram dedicati: tra questi GJ2026 movimento cittadino, apolitico, con 800 iscritti; altri – accolti con scetticismo dal resto degli utenti – invocano blocchi ai distributori di carburante, scontri e attacchi all’Eliseo.
Nessun partito rivendica l’iniziativa: i repubblicani ne condividono la rabbia, ma vogliono evitare manifestazioni violente; la sinistra – estrema e non – si espone sostenendo la mobilitazione; Rassemblement National chiede di pazientare fino a nuovo mandato, certo di arrivare al governo.
I cittadini sembrano puntare alle elezioni presidenziali per farsi sentire: la manifestazione non restituirà loro il potere d’acquisto, mentre potrebbe dar voce a frange più violente.
Tutto uguale, tutto diverso
I punti di contatto con il movimento dell’autunno 2018 sono evidenti: stesso detonatore – l’aumento del prezzo del carburante -; stessi canali di comunicazione – i social network -; stessa motivazione di fondo – il malessere sociale.
Le differenze sono altrettanto nette: mancanza di un bersaglio preciso – nel 2018 il neopresidente e la sua maggioranza -; assenza di un responsabile diretto – Donald Trump, i Guardiani della Rivoluzione, entrambi? –; elezioni presidenziali alle porte – e scelta di esprimere la rabbia con un voto di protesta -; orientamento politico poco chiaro – allora più a destra, oggi legato a una sinistra disunita -.
Il precedente più recente è Bloquons tout del 10 settembre 2025: 360.000 persone secondo gli organizzatori – 175.000 secondo il Ministero dell’Interno -, 812 manifestazioni, 262 blocchi stradali – tra cui il tentativo di occupare la tangenziale di Parigi – ma nessuna rivolta generalizzata e nessun cambio di rotta sulla legge di bilancio 2026 da parte del Governo.
Le prime mobilitazioni concrete restano per ora limitate: 110 persone il 12 settembre all’uscita dell’autostrada A8 a Bandol, nel Var; 50 il 15 settembre a La Rochelle guidate dall’ex gilet jaune Flavien. Secondo l’ex militante Jérémy Clément molti sostenitori non potranno manifestare per ragioni di salute, professionali, morali ed economiche; per Jérôme Rodrigues – figura storica del movimento – il sentimento è diverso: tutti si aspettano che ad agire sia qualcun altro.
Thierry-Paul Valette – figura mediatica del movimento nel 2018, oggi analista dei movimenti sociali e leader politico del partito Europe Équitable – teme che le manifestazioni sfocino in azioni violente di facinorosi mossi da sfiducia, rabbia e radicalizzazione.
A un mese dalla data fissata nessun sindacato né organizzazione ha comunicato ufficialmente manifestazioni per il 17 ottobre e il Ministero dell’Interno non ha ricevuto nessuna conferma di cortei da parte delle prefetture. Stime sull’affluenza non ci sono. E nessun sa se agli appelli on-line seguirà un’azione concreta.

