Scusate per l’inconveniente: stiamo cercando di salvare il nostro futuro

È uno degli slogan dei liceali che hanno bloccato le scuole francesi per lamentare mancanza di docenti, strutture fatiscenti, classi sovraffollate, orari scolastici estenuanti, salari inadeguati per i loro insegnanti. Tra di loro casseur che devastano strade e istituti e poliziotti accusati di violenza spropositata

Le proteste sono iniziate giovedì 17 settembre 2026 al liceo Saint-Exupéry di Créteil – 1.500 studenti, sud-est di Parigi. A scioperare prima i docenti – per carenza di personale –; il giorno dopo anche gli studenti. Le richieste: la fine di un sistema scolastico a due livelli, quello carente dei sobborghi e quello privilegiato della capitale.

Dopo aver bloccato l’accesso all’istituto con bidoni della spazzatura, cartelli e recinzioni hanno ottenuto un incontro con il preside e avanzato le loro richieste, il tutto filmato e condiviso sui social. Migliaia le visualizzazioni che hanno convinto altri istituti dell’Île-de-France a mobilitarsi. Ovunque le stesse lamentele: insegnanti non sostituiti, almeno il 10% delle lezioni perse ogni anno – fino a 5 ore buche nella stessa giornata –, edifici fatiscenti, orari troppo pesanti, classi pollaio.

Da martedì 29 settembre le proteste hanno coinvolto tutto il Paese: 1.027 licei su 3.700, cortei, violenza davanti alle scuole, incendi, cariche della polizia, 625 tra fermi e arresti – ora più di 6.000 – e centinaia di video.

Un campo di battaglia

Da quel giorno la protesta ha cambiato volto. I liceali sfilano in massa dalle prime ore e molti blocchi si trasformano in guerriglia urbana.

Il bilancio: cassonetti e ingressi scolastici dati alle fiamme – come al liceo Nelson-Mandela di Nantes che rimarrà chiuso fino a novembre –; vigili del fuoco aggrediti – come a Marsiglia dove un camion dei pompieri è incendiato e un insegnante del Liceo de la Méditerranée a La Ciotat cosparso di benzina –; agenti, insegnanti e ragazzi gravemente feriti – come al liceo Auguste-Béhal di Lens dove un quindicenne ha perso una mano per una granata stordente lanciata dalla polizia –; assalti agli istituti – come al liceo di Vauquelin di Parigi 13° arrondissement, il cui portone è stato incendiato al terzo tentativo –.

Gli episodi più gravi sono attribuiti a pochi violenti, spesso esterni alle scuole, che hanno impedito ai liceali di esprimere pacificamente le loro richieste – come denunciano le associazioni Les lycéens! e Renouveau lycéen – e li hanno trascinati negli scontri con le forze dell’ordine, accusati a loro volta di violenza spropositata e sommaria verso i minori.

La protesta non si ferma. Martedì 6 ottobre una mobilitazione nazionale – Act III che riprende gli slogan dei Gilets jaunes – invita «tutti i giovani in strada, ovunque in Francia»: 450.000 quelli che hanno risposto all’invito; 100.000 nella sola Parigi – cifre ridotte a 256.000 e 56.000 secondo il ministero degli Interni –. A Nimes, Lille, Rennes i ragazzi hanno sfilato pacificamente con genitori, nonni, insegnanti e sindacati. A Parigi i disordini si sono verificati soprattutto a Place de la Nation, dove 300 persone si sono scontrate con la polizia.

“Smettetela di non prenderci sul serio”

Il sentimento che accompagna queste rivendicazioni è l’abbandono. Gli studenti denunciano aule sovraffollate, muffa alle pareti, acqua che piove dai soffitti, finestre rotte; bagni inagibili senza porte, luci e piastrelle; orari impossibili – 12 ore tra lezioni e tragitto, 20 minuti per pranzare – esami finali sostenuti senza preparazione adeguata – i docenti spesso mancano per metà anno – in aule che sono forni. Nessun – dicono – li prende sul serio: quando protestano sono accusati di non sapere cosa vogliano, di essere manipolati da una parte della classe politica, di non pensare con la propria testa.

Il loro attaccamento alla scuola, le richieste al diritto allo studio e a salari migliori per i loro professori passano in secondo piano rispetto alle azioni violente di infiltrati e casseur, a cui le forze dell’ordine rispondono in modo altrettanto violento: uomini a cavallo, cariche, lacrimogeni, granate stordenti, fermi notturni. La visibilità ottenuta fa vacillare anche i più moderati – come Assa – che rischiano di cedere alla violenza, unica condizione per essere ascoltati.

Chi protesta non rischia solo la reazione della polizia: non potrebbe neppure scendere in piazza durante l’orario scolastico. In Francia il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione e dalle norme del 1946: vale per i dipendenti pubblici e privati, ma non per gli studenti. Il decreto 91-173 del 18 febbraio 1991 impone l’obbligo di frequenza: scioperare è vietato, sanzionato con un voto nel fascicolo scolastico e con l’avviso ai genitori.

“Proteggere il diritto a manifestare”

A tutelare il loro diritto a manifestare ci sono personale scolastico, sindaci, associazioni sindacali, genitori, che formano spesso cordoni umani per garantire la loro sicurezza.

Con loro anche le organizzazioni studentesche universitarie – come Union étudiante e UNEF – che dal 15 settembre si oppongono all’abolizione dell’APL – gli aiuti per gli alloggi universitari – e all’aumento delle tasse per gli studenti extra-EU –; e i sindacati del personale scolastico – FSU, l’UNSA Education, la FNEC FP FO, la CFDT Education, la CGT Educ’action, SUD Education, Solidaires – «inorriditi» dalla portata delle repressioni.

La CGT – il sindacato dei lavoratori – è in piazza – come annunciato dalla segretaria generale Sophie Binet – per «proteggere il diritto a manifestare», denunciare le condizioni del sistema scolastico e la preoccupazione di giovani e famiglie per il futuro.

Sostengono il movimento i socialisti di Olivier Faure, gli Ecologisti, il Partito Comunista, Génération.s, Lutte Ouvrière e La France Insoumise che sfila con una fascia bianca per frapporsi tra manifestanti e polizia.

Strumentalizzati da tutta la classe politica

Alla vigilia delle presidenziali, la mobilitazione dei licei diventa terreno di scontro politico. Giovedì 1° ottobre, dopo aver convocato l’unità di crisi, Sébastien Lecornu ha definito il movimento una «manovra organizzata da La France Insoumise e dall’ultrasinistra».

La destra cavalca questa narrazione: Bruno Retailleau di LR parla di un’insurrezione; Marine Le Pen e Rassemblement National di «grave responsabilità» da parte di Mélenchon e di violenze intollerabili. Il macronista Gabriel Attal accusa La France Insoumise di usare i giovani come «carne da cannone politica». A sostenere questa versione alcune dichiarazioni dell’estrema sinistra come quella del sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, secondo cui «la reazione violenta può essere considerata una risposta comprensibile o legittima all’azione della polizia».

Un governo intransigente

Il Governo ha scelto la fermezza. Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha richiamato i genitori, civilmente responsabili dei danni dei figli – l’87% dei fermati è minorenne –. I prefetti hanno chiesto alle famiglie di vigilare e vietato i raduni davanti alle scuole. Sébastien Lecornu ha anticipato al 27 ottobre l’esame al Senato del disegno di legge «chi rompe paga», che introduce la responsabilità collettiva dei membri di un gruppo in assenza di identificazione di un colpevole, con risarcimenti fino a 10.000 euro e la possibilità di interrompere assegni familiari e APL.

Alla polizia è chiesto di intervenire con proporzionalità, ma senza limiti sull’armamento: utilizzo di LBT – arma considerata non letale che spara proiettili in gomma, spesso imprecisa, in grado di causare danni irreversibili a occhi, volto, arti – gas lacrimogeni e granate stordenti – vietate poi dal 7 ottobre –.

Contemporaneamente si apre il dialogo con gli studenti: mercoledì 30 settembre una sezione dedicata alle richieste dei liceali sulla una piattaforma Agora; giovedì 1° ottobre la rinuncia alle tasse di iscrizione per BTS – istituto di biennio professionale –  previste dalla bozza di bilancio 2027 presentata la mattina; venerdì 2 ottobre e lunedì 5 incontri con sindacati dei docenti, associazioni dei genitori, Renouveau lycéen e Les lycéens! – movimenti a capo della mobilizzazione – .

Il Governo ha annunciato anche un «piano d’azione» per accelerare le sostituzioni degli insegnanti, con priorità per le classi d’esame; riconosciuto i problemi degli edifici e dei ritmi scolastici; incaricato 5 ministri di elaborare proposte entro fine mese. Ha chiarito però di non poter intervenire in modo decisivo sull’anno scolastico 2027. Nella giornata di martedì Lecornu ha proposto 3 giorni – interpretati come sospensione delle lezioni ma poi smentiti – in cui presidi ascoltino le rivendicazioni degli studenti: «un tempo di democrazia interna ai licei» di mezza giornata, da organizzare entro fine settimana.

Il bilancio che non c’è

Il bilancio provvisorio è di 215 studenti, 85 membri del personale scolastico, 715 agenti di polizia feriti, più di 6.500 tra fermi e arresti, 459 istituti ancora occupati.

Molti i minorenni rimasti segnati: chi per aver perso una mano a 15 anni; chi un occhio a 16; chi per una frattura della mandibola a 14; chi per essere stato fermato con il volto immerso in un canale a 17; chi per essere stata strangolata da un agente a 14; tanto che la Human Rights League ha chiesto ai relatori  speciali dell’ONU di valutare operato di polizia e istituzioni.

Gli studenti – che in 30.000 hanno già espresso le loro richieste sulla piattaforma governativa Agora – chiedono misure concrete, che necessitano di investimenti. Non si fermeranno – dicono – finché lo Stato non le troverà.

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