Chi sono le attiviste del collectif Némésis apparse a Pontida

Dichiarano 400 attivisti, dicono di combattere la violenza sulle donne, ma sono bandite dai movimenti femministi per la loro ideologia razzista e il legame con l’estrema destra 

Il 20 settembre a Pontida si è tenuto il tradizionale raduno della Lega, aperto in mattinata da un intervento di Matteo Salvini. Vi hanno partecipato anche le rappresenti del collettivo francese Némésis di Alice Cordier. Accompagnate dall’eurodeputato Anna Cisin, sono salite sul palco indossando il niqab al grido di «libertà, libertà», per poi togliersi le vesti nere davanti al pubblico.

Il copione era già stato proposto a Londra il 16 maggio su un palco allestito a Westminster: l’occasione il Unite the Kingdom manifestazione antimmigrazione organizzata dall’attivista britannico di estrema destra Tommy Robinson – 60.000 partecipanti secondo le autorità britanniche –.

Prima fischiato, poi – una volta tolto lo niqab – applaudito, il Collectif Némésis ha dichiarato di essere venuto dalla Francia per sostenere il progetto di Robinson di rimpatriare tutti gli immigrati irregolari e bandire l’islam dalla società occidentale.

Una dea greca per punire le violenze

Il nome del collettivo di Alice Cordier ha un significato preciso: Némésis è la dea greca della giustizia che punisce gli eccessi.

Si definisce «la generazione di Colonia» del Capodanno 2016, quella delle donne – 400 ad Amburgo, 650 a Colonia – che nella notte del 31 dicembre furono aggredite simultaneamente da 2.000 uomini per lo più di origine algerina e marocchina. L’impegno della fondatrice è legato anche a una vicenda personale: a 15 anni – quando la sorella dodicenne subisce un’aggressione – ascolta il discorso del generale Philippe Schmitt, padre di Anne-Lorraine uccisa a coltellate il 25 novembre 2007 sulla RER D da un uomo già condannato per un’aggressione sessuale commessa 12 anni prima sulla stessa linea.

La loro prima apparizione pubblica è a Parigi il 23 novembre 2019: 5 attiviste si infiltrano nel corteo di #NousToutes per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, mostrando cartelli contro gli «stupratori stranieri».

Da allora il messaggio rimane lo stesso: per Némésis la violenza contro le donne è sempre legata all’immigrazione. «Non siamo un’associazione di fascisti, non siamo un’associazione di razzisti, siamo un’associazione di vittime arrabbiate» dice Alice Cordier, ma come spiega Jean-Yves Camus, dell’Observatoire des radicalités politiques della fondazione Jean Jaurès, alla base del collettivo c’è la convinzione che civiltà europea e Islam siano incompatibili.

I loro interventi seguono uno schema fisso: infiltrazioni e striscioni. È accaduto il 3 dicembre a Strasburgo, dove due attiviste hanno esposto dalle finestre di un’abitazione di Place Kléber – gremita di gente per i mercatini – il messaggio: «6482 stupri o tentativi di stupro da parte di stranieri nel 2024: Babbo Natale remigra questi stupratori»; e il 12 aprile a Besançon – dove Némésis si era già scontrata con il sindaco Anne Vignot nel 2024 – durante il Carnevale: stessi numeri, stesso messaggio, stesso striscione.

A braccetto con l’estrema destra

La formazione, gli ambienti, le frequentazioni collegano i vertici di per Némésis all’estrema destra francese.

Cordier è cresciuta nei circoli dei realisti dell’Action française, ha seguito corsi dell’Istituto di Formazione Politica (IFP) dei giovani di estrema destra, frequentato la cerchia di Génération identitaire – movimento sciolto nel marzo 2021 dall’allora Ministro degli Interni Gérald Darmanin. Due immagini documentano anche un legame con ambienti neonazisti. In una, circolata a marzo, Cordier mima il simbolo delle SS insieme all’attivista Gwendal Delange, ex membro del gruppo Lyon Populaire e combattente in Ucraina nel Battaglione Azov: il gesto, si giustifica, sarebbe un omaggio a un gruppo rap; in un’altra avrebbe condiviso in una chat del collettivo una foto di Gaëtan Pichonnat, attivista neonazista, con il braccio testo, commentando «sì, è davvero il gesto che immagini».

A questo si aggiungono il servizio di sicurezza del collettivo affidato per anni a Zouaves Paris – gruppo neofascista sciolto nel gennaio 2022 – e azioni pianificate in cui le attiviste sarebbero state usate come esca per attirare militanti antifascisti. È quanto accaduto il 14 febbraio 2026, durante la protesta di Némésis contro una conferenza dell’eurodeputata LFI Rima Hassan all’IEP di Lione, dove attivisti di destra e di sinistra si sono scontrati causando la morte di Quentin Deranque – 23 anni –.

Il movimento è sostenuto anche dai partiti di estrema destra: da Julien Odoul di Rassemblement National, che lo ha difeso pubblicamente dopo gli episodi di Besançon; dal senatore di Reconquête Stéphane Ravier che ha premiato un’attivista con una medaglia; dalla famiglia Le Pen che ha concesso la villa di famiglia di Montretout per organizzare eventi con esponenti di estrema destra per raccogliere donazioni.

Anche l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau si è congratulato pubblicamente con il collettivo per il suo impegno, predisponendo un servizio di polizia per garantirne la sicurezza durante i cortei.

Le accuse delle organizzazioni femministe

Némésis però ha un antagonista: le organizzazioni femministe francesi che lo accusano di strumentalizzare la causa dei diritti delle donne per promuovere una retorica reazionaria, identitaria e razzista che identifica negli stranieri gli unici responsabili delle violenze e dimentica tutte le altre forme di discriminazioni subite dalle donne – accesso alla sanità, percorsi di carriera, equità salariale –. Il collettivo ribalta l’accusa: sono i movimenti femministi mainstream a essere più interessati a diffondere l’ideologia di sinistra che a denunciare e difendere le donne.

La distanza tra i due è anche nei numeri. Némésis dichiara 400 attivisti e uno zoccolo duro di poche decine di persone; collettivi come #NousToutes 30.000, 100 comitati giovanili e l’appoggio di sindacati e associazioni. Tutti hanno ampia visibilità sui social: Némésis 129.000 follower su Instagram – 29.200 in Italia -; #NousToutes 569.000.

Le due parti si scontrano anche sulle statistiche: per il collettivo le aggressioni sono quasi esclusivamente attribuite a stranieri; per i movimenti femministi – che si rifanno al Ministero degli Interni, a sondaggi e a inchieste – equamente distribuiti e a sfavore dei francesi se riferiti all’ambito familiare – come ha dimostrato il processo Pelicot –.  

Le tensioni tra Némésis e i movimenti femministi sono ai massimi: nelle manifestazioni di Parigi Alice Corbier e altre 50 attiviste hanno potuto sfilare in coda al corteo solo dopo ore di attesa per evitare scontri, nonostante la protezione delle forze dell’ordine.

Le violenze sulle donne, intanto, in Francia non accennano a diminuire: 171 femminicidi nel 2025; 103 al 13 settembre 2026; un tentativo di stupro ogni 2 minuti e mezzo. Nel 91% dei casi la vittima conosce il suo aggressore.

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