Poco conosciuto, tasso di mortalità tra il 30 e il 40%, nessun vaccino, né cura. Il focolaio della MV Hondius ha portato l’hantavirus fuori dal Sudamerica. Anche la Francia sta gestendo i contagiati e recuperando i contatti dei 31 passeggeri sbarcati prima dell’allarme, applicando misure di contenimento restrittive.
Prende il nome dal fiume coreano Hantaan, dove durante la guerra del 1950-1953 tremila soldati si ammalarono gravemente dopo il contagio. Si trasmette da roditori selvatici attraverso polvere o aerosol contaminati da escrementi o saliva di soggetti infetti. Ne esistono diverse varianti, diffuse in tutti i continenti.
Il ceppo che preoccupa è quello andino, l’unico che si trasmetta da uomo a uomo. Ogni anno provoca 50-100 casi, quasi sempre legati al contatto con escrezioni di roditori. Non esistono vaccini approvati né trattamenti specifici: le cure si limitano ad alleviare i sintomi. Il tasso di letalità è tra il 30 e il 40%.
Marina Korb, influencer argentina, ha postato un video mentre gioca con “un piccolo topo carino”: non sa che si tratta del principale serbatoio dell’hantavirus andino.
Il focolaio scoppiato sulla nave da crociera MV Hondius riguarda questa variante. Il 2 maggio, quando l’OMS viene informata, l’imbarcazione si trova al largo di Capo Verde e i morti sono già due. Quando attracca al porto commerciale di Tenerife per il rimpatrio dei passeggeri, mancano all’appello 31 persone: sono sbarcate a Sant’Elena il 24 aprile, tredici giorni dopo il primo decesso e otto prima della conferma del virus a bordo. Oggi sono tutte in isolamento nei rispettivi paesi. Il 13 maggio i casi confermati sono 11, di cui 3 mortali. I contagi continuano a salire perché l’incubazione dura fino a 45 giorni.
Lo sbarco a Sant’Elena
Confinati su una nave e sbarcati a Tenerife in tuta e mascherina FFP2, i passeggeri della MV Hondius sono stati rimpatriati con voli speciali e si trovano in quarantena sotto stretto monitoraggio. L’attenzione delle autorità è rivolta non solo alla loro salute, ma anche alle 31 persone che hanno lasciato la nave il 24 aprile: ignare del focolaio, non hanno seguito nessun protocollo, hanno proseguito il viaggio e sono rientrate nei rispettivi paesi su normali voli di linea. Ricostruirne i contatti è complesso: tra loro ci sono, per esempio, una coppia di texani passata negli ultimi quindici giorni dal Sudafrica a New York e poi a Houston, e un passeggero britannico che fino all’8 maggio risultava irrintracciabile.
Il blogger Ruhi Cenet in un video del 5 maggio ha denunciato l’assenza di misure di contenimento sulla nave da crociera.
Il caso più emblematico è quello del documentarista e youtuber Ruhi Cenet, che racconta di aver proseguito la sua vita normale per giorni. Il 2 maggio ha persino partecipato a un matrimonio: viene a sapere del virus solo il giorno dopo, da un amico ancora a bordo, tramite un messaggio WhatsApp. Per ora è negativo e resta confinato in casa. La sua è la condizione di tutti i passeggeri sbarcati prima dell’allarme: esposizione, avviso tardivo e, nel mezzo, comportamenti normali.
Paesi diversi, protocolli diversi
Anche la scelta di protocolli nazionali diversi non è una buona notizia.
Spagna e Grecia hanno optato per una quarantena ospedaliera sia per i passeggeri della nave sia per tutti coloro che hanno avuto contatto con soggetti positivi. Gli Stati Uniti hanno scelto di ricoverare solo chi è sbarcato a Tenerife: per gli altri è previsto l’automonitoraggio. Germania, Regno Unito e Olanda hanno adottato una quarantena domiciliare sotto stretto controllo medico, con valutazione ad hoc dei casi positivi. L’Italia ricovererà solo chi presenterà sintomi, mentre i contatti saranno soggetti a sorveglianza attiva, «secondo il principio della massima precauzione».
Le misure francesi
Il protocollo francese è uno dei più rigorosi. Stabilisce che «tutti i casi di contatto, senza eccezione» siano sottoposti a «quarantena rinforzata in ambiente ospedaliero» per almeno 15 giorni e a misure di isolamento fino a 42 giorni. I soggetti positivi e ad alto rischio verranno ricoverati all’ospedale Bichat di Parigi; gli altri monitorati in strutture specializzate e testati tre volte la settimana. Il personale sanitario applicherà procedure di massima sicurezza, come previsto per i virus più pericolosi, Ebola incluso.
Ospedale Bichat, Parigi – fonte Le Parisien
La linea del governo è sostenuta anche dall’opinione pubblica. Secondo un sondaggio Ifop pubblicato il 13 maggio, il 72% dei partecipanti ha fiducia nelle misure messe in atto dall’esecutivo, ma il 50% è comunque preoccupato. Il rimando alla primavera del 2020 è inevitabile. «Tutto ci ricorda il Covid», dicono gli intervistati: «i casi di contagio in ambienti chiusi, la dimensione internazionale, i discorsi prima rassicuranti e poi più allarmanti». Ci si fida degli scienziati, meno dei politici che «sei anni fa dissero che era un virus banale».
A essere apprezzata è soprattutto la rapidità di risposta. Antoine Flahault, epidemiologo intervistato da Le Figaro, ne è soddisfatto, ma avverte: «ci sono incertezze con cui dobbiamo imparare a convivere» misure a cui bisogna abituarsi, perché «queste malattie tropicali non saranno episodi isolati».
Risposte credibili
La comunità scientifica sembra l’unica voce autorevole, ma deve misurarsi subito con la disinformazione. Secondo l’Agenzia di Verifica di Radio France, il giorno del rimpatrio dei passeggeri della MV Hondius 8 dei 10 contenuti più condivisi su Facebook sul virus andino provenivano da ambienti no-vax e complottisti. I contenuti non sono nuovi: un laboratorio del Queensland che nel 2023 avrebbe smarrito campioni della variante argentina; il virus come effetto collaterale del vaccino Pfizer; un piano per favorire il voto postale alle elezioni americane di metà mandato e le aziende farmaceutiche.
Agli studiosi il compito di rispondere con fatti e numeri.
fonte Le Parisien
Simon Cauchemez, epidemiologo dell’Institut Pasteur, chiarisce il quadro ipotizzando tre scenari. Il più probabile prevede un aumento di casi legato alle attuali catene di contagio, limitato a poche decine di persone, come in tutti i focolai di hantavirus andino osservati in passato. Il secondo registra un aumento di positivi sfuggiti ai protocolli e piccoli focolai tracciabili e contenibili. Il terzo ipotizza una diffusione più ampia, sul modello della SARS: è il meno attendibile, considerando l’attuale contagiosità del virus e i tempi di riproduzione finora registrati (circa 10 giorni).
Da qui la necessità di continuare a testare tutti i possibili contatti, considerando il tasso di letalità della malattia. Non ci sono cure purtroppo e la forma grave può essere trattata solo in terapia intensiva, con ventilazione e supporto continuo alle funzioni vitali. Si deve solo guadagnare tempo e sperare che l’organismo guarisca da solo.
Eppure i progressi nella gestione di queste emergenze sono reali. Individuare rapidamente i contatti, isolarli e seguirli evita che un virus si diffonda in modo incontrollato: per il focolaio della MV Hondius si è usato questo protocollo. L’hantavirus andino peggiora bruscamente, ma entro 2-7 giorni. Essere pronti con ventilazione meccanica, supporto cardiaco, ossigenazione extracorporea e trasfusioni è quindi determinante: lo dimostrano casi come quello di una coppia svizzera rientrata da un viaggio in Cile nel 2018 e sopravvissuta alla forma grave.
La scienza ricorda però che la crisi non è chiusa: l’incubazione del ceppo andino dura sei settimane. Ci vorrà tempo. E misura, che vuol dire non allentare troppo presto il monitoraggio e non reagire in modo sproporzionato alla comparsa di nuovi casi.
fonte Le Monde

