La polizia francese ha davvero licenza di uccidere?

La presunzione di uso legittimo delle armi approvata dall’Assemblée nationale soddisfa la destra, indigna la sinistra e non convince magistrati e avvocati. Perché a fornire le prove del mancato rispetto della legge dovranno essere vittime e familiari

Martedì 7 luglio l’Assemblée nationale ha adottato, con 313 voti a favore e 199 contrari, il disegno di legge che introduce la presunzione di uso legittimo delle armi da fuoco per polizia e gendarmi. Il testo, proposto dal deputato de Les Républicains Éric Pauget e riscritto dal Governo, stabilisce che un agente che apra il fuoco abbia agito nel rispetto della legge. La presunzione resta confutabile: un’indagine potrà comunque verificare che l’azione rientra nei casi previsti dall’articolo L435-1 del Code de la sécurité intérieure. Cambia però l’onere della prova: non più a carico dell’agente, chiamato oggi a giustificare il proprio gesto, ma della vittima o dei suoi familiari, tenuti a dimostrare il contrario. Il provvedimento è ora al vaglio del Senato.

Cosa dice la legge del 2017

La norma richiama l’articolo L435-1, introdotto nel 2017 dalla legge Cazeneuve. Il testo elenca cinque situazioni in cui un agente può sparare: quando la vita o l’integrità fisica sua o altrui sono minacciate da un attacco o da persone armate; quando, dopo due intimazioni ad alta voce, non riesce a difendere in altro modo luoghi o persone a lui affidate; quando, dopo due avvertimenti forti, non riesce a fermare chi tenta la fuga, con il rischio che il soggetto metta in pericolo la vita di altre persone; quando un veicolo non rispetta l’ordine di fermo e i suoi occupanti minacciano la vita altrui; quando un omicidio o un tentato omicidio appena commessi possono essere immediatamente reiterati.

fonte Reporterre.net

Oggi il protocollo prevede che dopo una sparatoria l’agente coinvolto consegni l’arma, rediga un rapporto sui fatti e venga posto in stato di fermo: agli investigatori l’onere di stabilire se il gesto sia stato necessario e proporzionato. La riforma in discussione al Senato modifica proprio questo passaggio.

Il fronte del «sì»

Chi sostiene la riforma vuole tutelare le forze dell’ordine. Per Éric Delbecque, tra i massimi esperti in sicurezza interna, un poliziotto affronta situazioni che fortunatamente la maggioranza dei cittadini non vivrà mai: in una frazione di secondo deve decidere se aprire il fuoco contro un terrorista o un criminale, rischiando di togliergli la vita, spesso sotto la stessa minaccia. Da qui la richiesta di non essere trattati come sospetti fin dai primi minuti e trattenuti solo per aver svolto il proprio dovere.

Eric Pauget deputato de Les Républicains - fonte Le Monde

Tra i promotori l’Alliance Police Nationale — il sindacato delle forze dell’ordine — che lavora a questa riforma dal 2012; Rassemblement National, che rivendica la misura come propria — perchè presente nel programma presidenziale del 2007 di Jean-Marie Le Pen —; e il Ministro dell’Interno Laurent Nuñez che sostiene che il disegno di legge tuteli gli agenti senza sospendere indagini e controlli di IGPN — Inspection générale de la police nationale — e IGGN — Inspection générale de la gendarmerie nationale —.

C’è un elemento che i diretti interessati tengono a sottolineare: il peso di quell’azione, anche quando la legge dà loro ragione e le indagini stabiliscono in modo inequivocabile la legittimità del gesto. Gli psicologi che seguono le forze di sicurezza lo descrivono come un trauma, spesso irreversibile, che si somma a quello della procedura giudiziaria.

L’onere della prova

I partiti di sinistra — La France Insoumise, Socialisti, Ecologisti, Sinistra Democratica e Repubblicana — si schierano dalla parte opposta insieme alle famiglie delle vittime. Temono un aumento delle sparatorie, indagini compromesse e, sul piano politico, una vittoria concessa dal governo macronista all’estrema destra. 

Il bersaglio principale resta il meccanismo della presunzione: stabilire la buona fede dell’agente prima ancora che la magistratura esamini i fatti. Claire Hédon, avvocato, giornalista e Difensore dei Diritti, prevede due esiti possibili, entrambi indesiderati: la norma potrebbe risultare inutile, perché le indagini si svolgerebbero comunque; oppure convincere in partenza magistrati e investigatori della correttezza dell’agente, salvo prova contraria. Anche l’avvocato Laurent-Franck Liénard, che difende agenti coinvolti in sparatorie, si dice perplesso: teme che una minoranza poco prudente si senta autorizzata ad agire con meno cautela, alimentando il sospetto di impunità verso le forze dell’ordine e indebolendo la fiducia nelle istituzioni.

Il giudizio più netto arriva da Amnesty International, che il 2 luglio ha parlato di un’inversione di tendenza senza precedenti: non è più chi ha sparato a doversi giustificare, ma vittime o loro familiari a dover dimostrare che qualcosa non ha funzionato. Questa critica si rivolge a una nazione — la Francia — già condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazioni del diritto alla vita.

Magistrati e avvocati: il punto di vista degli esperti

L’analisi più articolata è svolta da magistrati e avvocati, che individuano quattro rischi. Il primo è psicologico: il senso di impunità potrebbe rendere gli agenti meno cauti. Il secondo riguarda le indagini, che rischiano di risultare meno approfondite proprio nella fase iniziale, la più decisiva per la raccolta delle prove. Il terzo è legato alle vittime, prive di mezzi e competenze per condurre accertamenti autonomi. Il quarto è costituzionale: la presunzione si riferisce all’agente in quanto membro delle forze dell’ordine, non a una situazione oggettiva di pericolo come accade nella legittima difesa — consentita a qualsiasi cittadino —. Lo precisa anche il Consiglio degli Avvocati di Parigi: lo stato di diritto non ammette un’immunità di principio per le forze dell’ordine.

Il giudizio più severo, però, viene dall’Observatoire de la sûreté — accademici, ex funzionari di polizia e magistrati — secondo cui i paesi che limitano in modo chiaro l’uso delle armi ne riducono il numero, quelli che lo legittimano lo aumentano. Proprio ciò che è accaduto in Francia con la legge del 2017, che ha visto i decessi in conflitti a fuoco crescere di cinque volte. L’Osservatorio accosta il nuovo testo alla legge turca PVSK del 2007, unico precedente paragonabile in Europa.

Sapere quando sparare

C’è infine un fattore su cui insiste Denis Jacob, segretario generale del sindacato Alternative Police CFDT: l’impreparazione. Gli agenti seguono solo tre sessioni di tiro obbligatorie l’anno, di trenta colpi ciascuna, e la carenza di personale rende spesso impossibile completare anche questo percorso di aggiornamento, lasciando alcuni temporaneamente sprovvisti dell’abilitazione all’uso dell’arma di servizio.

fonte Le Monde

Per Jacob il problema non è tanto impugnare l’arma correttamente, quanto capire quando sia necessario sparare davvero: le simulazioni con bersagli mobili aiutano, ma sono lontane dal contesto reale, quando la decisione deve essere presa da soli, in un decimo di secondo. Solo la formazione può rendere più lucidi e meno emotivi; ed è questo che può evitare vittime inutili e garantire la sicurezza per tutti.

Un commento

  1. Anche difronte a questo tema peraltro delicatissimo, l’educazione e una seria formazione possono sostenere quelle ragioni obiettivamente plausibili. (Al centro, c’è sempre la persona. Norme ed istituzioni assumono valore se aiutano l’uomo a scegliere con dignità e giustizia.)

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