Alla fine il costosissimo film su de Gaulle non è stato un flop

Un anno passato tra Francia e Marocco, 150 giorni di riprese, 75 milioni di euro, un inizio disastroso. La battaille de Gaulle di Antonin Baudry sembrava un flop, ma oggi piace a tutti i francesi

Il cinema francese non si è mai veramente interessato al Generale: solo ritratti minori, figure secondarie, mai da protagonista. L’unico tentativo è stato De Gaulle di Gabriel Le Bomin uscito nel 2020, che racconta l’anno della disfatta – il 1940 –, la fuga a Londra, gli anni in Inghilterra.

Quest’estate con La battaille de Gaulle il regista Antonin Baudry cambia direzione: non un film, ma un dittico di cinque ore – L’Âge de fer e J’écris ton nom.

Inizia nel giugno 1940 – il momento più difficile del ’900 francese –: la Nazione crolla e firma l’armistizio con la Germania nazista; de Gaulle, generale sconosciuto al grande pubblico, fugge a Londra, ma è convinto che la guerra non sia finita. Senza esercito, senza appoggi politici e senza alleati costruirà la France Libre, coinvolgendo soldati, resistenti e colonie dell’Africa.

Nella seconda parte la France Libre è una forza politica e militare, ma la partita non è finita: de Gaulle deve convincere Churchill e Roosevelt, arginare le rivalità con Henri Giraud, guidare la Resistenza e coordinare le truppe francesi dal deserto fino allo sbarco in Normandia. In gioco non c’è solo la libertà, ma la sovranità nazionale: la lotta è per non essere posti sotto tutela come stato sconfitto, come previsto dal progetto americano ALMOG – l’Allied Military Government of Occupied Territories -.

fonte Le Vent se lève

L’autore inglese

Il film non nasce da una sceneggiatura: riprende l’opera A Certain Idea of France: The Life of Charles de Gaulle, pubblicata nel 2018 da Julian Jackson, storico britannico della Queen Mary University of London, tra le massime autorità sulla Francia dell’Occupazione. Una biografia pluripremiata – Duff Cooper Prize, Elizabeth Longford Prize for Historical Biography, Franco-British Society Literary Prize, Grand Prix de la Biographie Politique du Touquet -, apprezzata per l’equilibrio con cui restituisce un de Gaulle patriottico, ambizioso, testardo, contraddittorio.

Baudry la sceglie proprio per questo e per un anno collabora con lo storico, sottoponendogli tutte le bozze della sceneggiatura. Il risultato non è un documentario: alcuni episodi sono ridimensionati, altri invenzioni dichiarate, come l’idraulico polacco assunto da de Gaulle per rispondere al telefono nei primi giorni londinesi, che serve a mostrarne la solitudine; o la fidanzata del giovane resistente Fernand Bonnier de la Chapelle, ebrea e unica presenza femminile significativa in una storia tutta al maschile. Non tutto ciò che sembra inventato però lo è: la scena di de Gaulle sul palco davanti a un pubblico britannico che se ne va senza trovare le parole in inglese è un fatto realmente accaduto, ribattezzato all’epoca «il Generale silenzioso», riscoperto negli archivi dell’Istituto Francese di Londra da una dottoranda di Jackson.

Un’impresa esagerata

Quando Baudry e Jackson si incontrano, il progetto è già partito. A luglio 2021 Jérôme Seydoux, patron del gruppo Pathé – la società cinematografica francese produttrice del film –, ha affidato ad Antonin Baudry il compito di raccontare la Francia degli anni 1940-1944. L’idea nasce perché i due hanno appena letto lo stesso libro: la biografia di Jackson.

fonte Le Grand Continent

Le riprese durano 150 giorni da luglio 2023 a luglio 2024. La troupe inizia con gli esterni parigini – per non rimandare tutto a dopo le Olimpiadi del 2024 –; da ottobre a novembre 2023 si sposta in Marocco per le battaglie nel deserto della campagna di Leclerc. La parte legata a Jean Moulin viene girata a Lione tra le rive della Saône, i pendii della Croix-Rosse, la casa del dottor Dugoujon a Caluire – dove Moulin fu realmente arrestato; poi Tolone, la Normandia, l’Hauts-de-France, la Région Sud e l’Auvergne-Rhône-Alpes. Solo Londra viene ricreata negli studi di Bry-sur-Marne, nel Val-de-Marne: un solo giorno nella capitale britannica sarebbe costato un milione di euro.

fonte Tribune de Lyon

La produzione è la più cara degli ultimi anni: oltre 75 milioni di euro, più del Conte di Montecristo – 42 milioni –, più dei Tre Moschettieri – 72 milioni–.

Dalle stalle alle stelle

Con un budget simile il successo sembra scontato. Invece le prime settimane sono un flop: la prima registra 380.000 spettatori contro il milione previsto; la seconda 228.000; la stampa parla di un disastro colossale. Dal 17 giugno il film guadagna il 17% rispetto alla settimana precedente e la Pathé anticipa l’uscita della seconda parte durante la Fête du Cinéma con biglietti a 5 euro. La settimana successiva il pubblico cresce del 114%, complici il passaparola e il caldo; i primi di luglio gli spettatori sfiorano i 2 milioni; il 20 agosto superano i 5 milioni . Il film viene distribuito all’estero, in Quebec, nel Regno Unito, in Tunisia, Senegal, Marocco e in diversi paesi dell’Est e del Nord Europa.

Piace perché racconta fatti collegati alla vita quotidiana – come la battaglia Bir-Hakeim che dà il nome a uno dei ponti più noti della capitale–; e altri – come la France Libre – studiati a scuola ma poco approfonditi.

I critici sono più severi: il giornalista Luc Le Vaillant giudica «infantile e inutile» rievocare de Gaulle come uomo della provvidenza; gli storici ridimensionano il progetto americano AMGOT a un’ipotesi discussa solo informalmente da Roosevelt; il ricercatore Frédérique Neau-Dufour nota che il racconto si ferma alla Liberazione di Parigi, tralasciando la campagna d’Alsazia e la sacca di Colmar.

France Libre

Per ora nessun partito ha rivendicato il film: difficile, come nota lo storico e giornalista Jean-François Bouthors, trovare tra gli aspiranti alla presidenza 2027 chi somigli al Generale che tutti portano come bandiera. Per farlo bisogna guardare al conflitto Russia-Ucraina. Ne è convinto lo stesso regista: la scena del primo scambio tra de Gaulle e Roosevelt richiama un recente incontro nello Studio Ovale; e anche la giornalista Josée Boileau: la France Libre che resiste a Bir Hakeim ricorda i soldati ucraini.

Ma il messaggio è chiaro: una nazione non muore per mano di un nemico esterno, ma quando smette di credere in sé stessa, banalizza l’odio, viola la dignità umana. È l’ideale della Grande Francia, di cui de Gaulle resta l’ultimo erede, in cui il pubblico e tutta la Nazione continuano a ritrovarsi.

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