I giovani francesi non vogliono più parlare Verlan

Slang francese, tornato in auge a fine anni ’80, il verlan è stato per più di un decennio la lingua della cultura urbana e della disobbedienza. Da quando le sue espressioni sono entrate a far parte del linguaggio comune, le nuove generazioni non ne vogliono più sapere.

Il verlan fa parte degli argot francesi, linguaggi nati per tutelare gli appartenenti a un gruppo, escludendo dalla comunicazione tutti gli estranei. Usa messaggi criptati, con poche regole, di fatto abbastanza semplici, ma rigide.

Il suo vocabolario contiene parole comuni, ma ne inverte sillabe e lettere. 

Quando la parola è mono sillaba, la vocale viene pronunciata prima della consonante. Quanto le sillabe sono due, vengono invertite. Se la parola ne contiene almeno tre, la logica è un po’ più complessa: l’ultima sillaba diventa la prima e solo una delle altre viene mantenuta, tutto il resto sparisce.  Per rendere il tutto pronunciabile, spesso sono necessari degli aggiustamenti, come il troncamento, inserito a fine sillaba. Il suo nome deriva proprio dall’applicazione di queste regole: verlan è l’insieme d’inversione e troncamento dell’espressione l’envers (letteralmente il rovescio).

Il meccanismo diventa più chiaro con degli esempi: in verlan métro diventa tromé, bizarre diventa zarbi; musique diventa prima zicmuc, poi zik; femme (donna) si trasforma in meufa e in fine in meuf.

Verlan: dove – quando – perché

Il fenomeno del verlan non è esclusivamente francese.

Il back slang inglese e il lunfardo, la lingua del tango argentino, seguono le stesse regole.

Viene utilizzato un po’ ovunque per coniare nomi d’arte, come nel caso del rapper italiano Rcomi (nome di battesimo Mirko) o del cantautore belga Stromae (maestro). 

Il verlan non è nemmeno così recente.

Nel XVII secolo nei mazarinades, opuscoli satirici dell’epoca, i Borboni erano chiamati Bonbours (verlan di Bourbons). François-Marie Arouet, al secolo Voltaire, lo avrebbe usato per firmare le sue opere: Voltaire sarebbe il verlan di Airvault, città natale della sua famiglia.

Ha sempre fatto parte del linguaggio del popolo: in passato i macellai lo usavano tra loro per evitare inconvenienti davanti ai clienti; i prigionieri francesi per non farsi capire dai soldati tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale; il mondo del crimine per proteggersi dalla polizia.

Linguaggio identitario

È il 1978 che ne segna lo spartiacque, sia in termini di diffusione, che d’identità sociale, con l’uscita del singolo Laisse béton, del cantante Renaud.

Il brano racconta di un pomeriggio qualunque in un anonimo bar della periferia, dove due ragazzi fanno a botte per rubarsi vestiti e stivali alla moda. Il verlan è nel titolo e nel ritornello, Laisse béton, dal francese laisse tomber, lascia perdere.

Da allora e per tutti gli anni ’90, il verlan diventa il linguaggio della musica impegnata, che denuncia le disuguaglianze sociali, le violenze della polizia, le difficoltà dei giovani – soprattutto stranieri – dei complessi residenziali. Gruppi come il Ministère A.M.E.R., IAM e NTM lo inseriscono nei loro testi. Il cinema se ne appropria qualche anno dopo. La Haine (L’odio), film del 1995 di Mathieu Kassovitz, vincitore del premio per la miglior regia al Festival di Cannes, racconta la vita di un gruppo di ragazzi delle banlieue parigine: la banda, che ha tra i protagonisti un giovane Vincent Cassel, parla verlan.

Alla compilation La Haine, musica ispirata al film partecipò anche il gruppo Ministère A.M.E.R.

Giovani ribelli

Sono però gli adolescenti a rilanciarlo, scegliendolo per inventare un modo di parlare “solo loro”, incomprensibile a genitori, autorità e istituzioni. Chi lo parla non vuol essere associato al mondo delle classi medie, è lontano dalla Parigi intra-muros, vive in periferia, non è francese, ma francese al contrario. Per i giovanissimi il verlan è uno strumento di comunicazione, che salda chi lo utilizza, e un messaggio con cui si dichiara guerra alla società e si esprime il bisogno d’identità.

Alla fine degli anni ’90 perde vitalità e viene via via abbandonato. La sua funzione di segretezza viene meno quando musica, media e pubblicità lo consegnano a un pubblico più vasto e adulto. Le sue sonorità ruvide piacciono, parlare verlan diventa trendy e il suo vocabolario entra a far parte del registro colloquiale.

Alcuni termini iniziano a sostituirsi al loro corrispettivo francese: fête (festa) diventata teuf, fou (incredibile) ouf, louche (losco) chelou, lourd (pesante – noioso) relou. Questa commistione tra verlan e lingua ufficiale è più evidente tra gli stranieri, che decidono di vivere in Francia, soprattutto a Parigi: nel loro vocabolario donna è meuf, non femme; grazie è cimer, non sempre merci

I dati provengono da Google Ngram, che si basa su tutte le opere digitalizzate da Google. Sull’asse y, i numeri rappresentano la frequenza relativa delle occorrenze di una parola o di una frase in tutti i libri digitalizzati per un dato anno, espressa in parti per milione (PPM). Ciò significa che questi numeri indicano quante volte un termine appare per ogni milione di parole nei libri pubblicati quell’anno. Ad esempio, un valore di 1 PPM sull’asse y significa che la parola o la frase appare 1 volta per ogni milione di parole nei libri pubblicati quell’anno. Se un valore è 50 PPM, significa che il termine appare 50 volte per ogni milione di parole. 

Periferie

È in questo momento che il verlan viene messo da parte dagli adolescenti, perché incapace di rappresentare l’universo dei ribelli. Nelle periferie però non ci si dà per vinti e si cerca comunque un’alternativa: si recuperano termini gergali, forme arcaiche, come dragon (nel XVII secolo il padrone di casa – oggi il padre) o parole arabe, come wesh (che sta per “Come va? Come è?”). Senza volerlo, i giovani promuovono la democratizzazione di un linguaggio sempre meno elitario e sempre più alla portata. La tecnologia li aiuta, moltiplicando le interazioni ed eliminando i vincoli di spazio e tempo. Blog, chat e social media diventano fabbriche, dove far nascere di nuovo una lingua loro.

Non si tratta di ragazzi che non conoscano il francese corretto: tutt’altro, lo sanno solo modificare a loro piacimento. Hanno menti veloci, capaci di adattarsi al contesto e alle persone: a scuola e in famiglia usano un registro castigato e distaccato; in strada e tra amici parlano il linguaggio del clan.

La loro creatività rinnova un lessico, che deve stare al passo con i tempi se vuole definire la realtà. Non è un caso che sia il vocabolario delle nuove generazioni, per esempio, ad aprire il confronto sulle questioni identitarie, rendendole per prima cosa comprensibili, coniando termini come binario, transgender, genderfluid.

Una lingua viva è una lingua che cambia

Neologismi, abbreviazioni e contaminazioni non sono una minaccia, ma un vantaggio, per chi sa approfittarsene e in questo i francesi sembrano essere maestri. Auphélie Ferreira, ricercatrice e linguista dell’Università di Strasburgo, ha sottolineato più volte come la lingua della diplomazia sia satura di commistioni: in Francia, una parola su otto è di origine straniera. In Italia, questo rapporto è nettamente inferiore: circa una su dieci.

Non sorprende quindi che i vocabolari di lingua francese comprendano già decine di parole verlan e che altre vogliano prepotentemente trovarvi spazio, ma soprattutto che i teenager abbiano già pronto un nuovo codice, tutto loro, per comunicare.

Les filles, les meufs, di Marguerite – il brano esplora i temi del sostegno reciproco tra donne, della mascolinità, dell’identità queer e del desiderio lesbico e bisessuale.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *