Per il caldo estremo in Francia c’è stata una vendemmia eccezionale

Eccezionali la qualità dei grappoli, la gradazione alcolica, i volumi, le foglie verdi ancora sui tralci. In Francia la vendemmia 2026 è la più precoce di sempre. Se i profumi delle uve convincono, la produzione potrebbe non fare altrettanto

Nel nord della Francia – Champagne e Beaujolais – la vendemmia è iniziata a metà agosto; a Bordeaux quella dei vini bianchi secchi si è già conclusa, mentre quella dei rossi sta per terminare. Un’annata eccezionale, spiega Jean-Marie Fabre presidente dei Vignerons indépendants de France, in anticipo di 3–6 settimane rispetto a 15 anni fa. Le cause: un inverno mite, una primavera secca e un’estate mai registrata prima che hanno accelerato il ciclo vegetativo delle viti.

Scordiamoci la vendemmia in autunno

Il 23 luglio nel Roussillon – tra il Mediterraneo e i Pirenei – Domaine Lafage è tra i primi a iniziare. Nell’Entre-deux-Mers – sud-est di Bordeaux – si comincia il 6 agosto; in Borgogna l’8; nei Pays de la Loire e nello Jura il 10; nella Valle del Rodano il giorno dopo; a Nîmes il 13; a Saint-Émilion il 19.

Le cause: il calo delle precipitazioni, la primavera più calda mai registrata – 1,7°C sopra la media nazionale – e un’estate torrida – 4-5°C oltre la norma a giugno, 6-7°C ad agosto –. Situazione diversa rispetto agli anni ’90, quando la vendemmia cadeva tra il 15 settembre e i primi di ottobre, con temperature mattutine di 4°C.

Il caldo secco ha almeno evitato la proliferazione di batteri: niente funghi nella Loira; assenza di peronospora nella Valle del Rodano; nessun grappolo marcio nello Jura.  

Il rovescio della medaglia sono i volumi: grappoli numerosi ma acini piccoli e poca resa, con perdite almeno del 20%. Questo ha imposto un monitoraggio quotidiano della maturazione per evitare accelerazioni improvvise e una selezione a due livelli, in vigna, separando il raccolto delle viti giovani da quello delle più anziane, e in cantina, scartando le bacche più acerbe e quelle bruciate dal sole.

Il prodotto potrebbe rivelarsi comunque eccezionale con meno acidità e più zuccherino, a vantaggio dei vini più morbidi, ma più complicato da conservare.

Allerta Champagne

La regione della Champagne rappresenta perfettamente quest’annata. La vendemmia è stata anticipata al 12 agosto, con deroga al 6 nel comune di Montgueux. Negli anni ’90 si svolgeva tra il 16 settembre e il 1° ottobre; in certi casi non prima del 25 settembre.

Due gli shock climatici subiti dalle vigne: in primavera una gelata straordinaria brucia il 38% delle gemme dell’intera zona; in estate 5 ondate di calore consecutive accelerano la maturazione di 3-4 settimane.

Il risultato è un raccolto sano ma modesto: la resa è di 7.000 kg/ettaro, contro il tetto fissato dal Comité Champagne di 8.800 kg/ettaro. Non mancano le eccezioni: resa di 6.500 kg/ettaro a Épernay e di 5.500 kg/ettaro a Côte des Bars; e grappoli generosi di Pinot Noir da 1,43 kg nella Marna.

La vera anomalia è però la composizione del mosto: un potenziale alcolico di 14 gradi – con punte di 15 nel Sézannais –, contro un livello massimo da disciplinare dopo la seconda fermentazione del 13%. Superarlo rende impossibile commercializzare il prodotto sotto il nome champagne, ma l’Union Générale des Vignerons ha ottenuto in via straordinaria la deroga al 15% per la produzione 2026.

Di fronte a queste caratteristiche alcune maison scelgono strade alternative: a Gosset, Odilon de Varine opta per una produzione di Coteaux Champenois, vino fermo che la casa produce già in piccole quantità. In ogni caso, secondo Damien Cambres della cantina Pol Roger, ogni considerazione è prematura: il 2026 potrà essere valutato solo con le degustazioni di dicembre.

L’uva migliore è la più adatta?

A livello qualitativo l’annata potrebbe essere tra le migliori: in Borgogna Thiébault Huber, presidente della Confédération des Appellations et des Vignerons de Bourgogne, considera straordinaria l’assenza di malattie; in Camargue gli aromi di pompelmo, pesca bianca, frutta rossa ed esotica convincono grazie a una gradazione contenuta –  12,5% –. Jean-Marc Touzard dell’INRAEInstitut national de recherche pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement – ricorda che la Francia continua a produrre ottimi vini, anche se dagli anni ’80 anticipa la vendemmia di 4 giorni ogni 10 anni.

I volumi però raccontano una storia diversa: calo del 40% dei crémant e fino al 70% dei rossi in Borgogna; del 50% in Alsazia; del 30% nella Champagne; del 25-30% a Bordeaux.

Le ondate di calore complicano anche l’organizzazione del lavoro: la data di inizio vendemmia è sbagliata, gli studenti lavoratori non sono disponibili perché ancora in vacanza, gli alloggi per gli stagionali occupati dai turisti. Anche gli orari devono essere rivisti: in Borgogna le squadre lavorano dalle 6 fino alle 15:30; nella Loira dalle 5 alle 10 di mattino; a Bordeaux di notte.

Resta poi la preoccupazione sull’identità delle denominazioni: lo champagne, per esempio, richiede un clima fresco e umido; oggi occupa zone tipiche della produzione di vini fermi. Stéphane Remy, presidente di Mailly Grand Cru, conta sulle riserve accumulate negli anni precedenti per garantire comunque cuvée di qualità, ma avverte: una sequenza di annate come il 2026 non sarebbe sostenibile.

I vignerons non ci stanno a estirpare

Adattarsi diventa l’opzione migliore per evitare l’espianto dei vigneti, operazione che nel 2026 ha coinvolto 28.000 ettari, dopo i 27.000 già eliminati nel 2024.

Un’alternativa è spostarsi a nord: in Normandia si contano una ventina di produttori in altrettanti ettari; in Bretagna 50 tenute in 160 ettari; negli Hauts-de-France 100 produttori in 130 ettari. Le prime cuvée, come il bretone Le Glaz del 2022, sono ben equilibrate, anche se un’annata pienamente riuscita resta possibile solo in 4-5 casi su 10.

Chi non si sposta cerca di modificare il paesaggio reintroducendo alberi tra i filari, per garantire ombra e mitigare il caldo: sotto le chiome la temperatura scende di 2-3°C. Torna anche il cavallo da tiro, capace di lavorare pendii ripidi, filari stretti e giovani impianti, favorire una vita microbica più ricca, viti più vigorose e un suolo meno compatto.

La raccolta meccanica, dove permessa dal disciplinare, è utile dove si lavora nelle ore notturne – tra le 24 e 5 del mattino – con temperature migliori – di 23°C invece che 40° –.

La soluzione più complessa, perché di lungo periodo, è la selezione di nuove varietà: nell’Isère si sta sperimentando il durif, antica varietà di Tullins adatta alle alte temperature; ad Angiò lo sciaccarello corso e il tempranillo spagnolo; nella Champagne un programma di conservazione genetica delle viti più resistenti alle ondate di calore.

Anche i disciplinari si adeguano: per il 2026 il Ministero dell’Agricoltura ha autorizzato nella regione della Champagne acquisti esterni fino al 15% contro il consueto 5%, dopo che le gelate primaverili hanno distrutto quasi il 40% dei germogli.

I risultati restano ancora disomogenei: alberi e cavalli danno già ritorni positivi; la produzione a nord richiederà invece 10 anni prima di diventare competitiva e 40-50 per raggiungere l’eccellenza. La soluzione migliore non sarà legata alla capacità di adattamento dei singoli produttori: richiederà uno sforzo collettivo globale per stabilizzare il clima nei prossimi decenni.

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